DPP e anticontraffazione nel tessile: due problemi che hanno la stessa soluzione

DPP e anticontraffazione nel tessile: due problemi che hanno la stessa soluzione

Negli ultimi due anni, i responsabili di prodotto e compliance nelle aziende tessili si sono trovati a gestire due conversazioni parallele, spesso con interlocutori diversi e budget separati.

Da un lato, la pressione crescente per prepararsi al Passaporto Digitale di Prodotto: raccogliere i dati di filiera, strutturarli, renderli accessibili digitalmente entro il 2027. Dall'altro, un problema più antico ma tutt'altro che risolto: la contraffazione, che nel tessile-abbigliamento rappresenta ancora una perdita stimata in miliardi di euro l'anno a livello europeo.

Due sfide separate, affrontate separatamente. Ma se si guarda dove entrambe trovano la loro risposta fisica, si scopre che convergono nello stesso punto: l'etichetta sul prodotto.

Il problema della contraffazione nel 2025

La contraffazione nel tessile non riguarda solo i grandi brand del lusso. Riguarda qualsiasi marchio che abbia costruito una reputazione sulla qualità dei materiali, sull'origine della produzione o su certificazioni specifiche — perché è esattamente quella reputazione che i contraffattori sfruttano.

Un capo contraffatto venduto come originale non danneggia solo il fatturato dell'azienda: erode la fiducia del consumatore, inquina i dati di reso e qualità, e nei casi più gravi espone a responsabilità legali se il prodotto falso non rispetta i requisiti di sicurezza del prodotto originale.

Le soluzioni tradizionali — etichette olografiche, numeri di serie, certificati cartacei — hanno funzionato per decenni. Ma nell'era in cui il consumatore si aspetta di poter verificare l'autenticità di un prodotto con il proprio smartphone, uno strumento puramente fisico non basta più.

Il problema del DPP: non solo i dati

Chi si è avvicinato al tema del Passaporto Digitale di Prodotto sa che la sfida principale non è raccogliere le informazioni — è renderle accessibili nel modo giusto. Il Regolamento ESPR richiede che i dati siano disponibili tramite un identificativo digitale leggibile direttamente dal prodotto fisico.

In pratica: ci vuole qualcosa sul prodotto che, scansionato, porti a una pagina con le informazioni di composizione, filiera, istruzioni di fine vita. Qualcosa che resista al ciclo di vita del capo, che funzioni senza app dedicate, che sia accessibile al consumatore finale tanto quanto agli operatori professionali della filiera.

La risposta più diretta è un QR code su un supporto adeguato. Ed è qui che le due strade si incontrano.

Dove i due problemi convergono

Un QR code su etichetta comune risolve il problema del DPP — ma non dice nulla sull'autenticità del prodotto che lo porta. Chiunque potrebbe riprodurlo.

Un ologramma tradizionale protegge dall'imitazione visiva — ma non porta da nessuna parte digitalmente, e non soddisfa i requisiti del DPP.

La soluzione che risponde a entrambe le esigenze è un supporto fisico con caratteristiche di sicurezza non replicabili, che integra un QR code dinamico. L'ologramma garantisce che il supporto non possa essere copiato. Il QR code porta al passaporto digitale del prodotto. Il consumatore, con un solo gesto, verifica l'autenticità e accede alle informazioni di trasparenza richieste dalla normativa.

Non sono due soluzioni affiancate: sono una soluzione sola, in un oggetto solo, applicato una volta sola sul prodotto.

Il valore aggiunto per il brand

C'è un terzo livello che spesso non viene considerato quando si parla di compliance e anticontraffazione: l'esperienza del consumatore nel momento della verifica.

Quando un cliente scansiona il QR su un prodotto, atterra su una pagina. Quella pagina può essere anonima e generica — oppure può essere un'estensione dell'identità del brand: grafica, tono di voce, informazioni selezionate per raccontare il prodotto nel modo più efficace.

Quel momento di scansione è uno dei pochissimi contatti diretti tra brand e consumatore finale che non passano attraverso un retailer, un marketplace o un algoritmo. Gestirlo con cura trasforma un adempimento normativo in un touchpoint di marca.

Implicazioni pratiche per chi deve decidere

Per le aziende che stanno valutando come affrontare il DPP, la domanda da porsi non è solo "come raccogliamo i dati?" — ma anche "su quale supporto fisico li rendiamo accessibili, e quel supporto fa già altro per noi?"

Se l'azienda ha già un budget per la protezione del marchio, è ragionevole valutare se quello stesso investimento possa essere esteso per coprire anche la compliance DPP. Se non esiste ancora un sistema anticontraffazione, il momento di implementarne uno coincide perfettamente con la preparazione al DPP.

Affrontare i due temi insieme — con un unico fornitore, un unico oggetto fisico, un unico processo di integrazione — è quasi sempre più efficiente che gestirli separatamente, con soluzioni che poi devono essere riconciliate.

Un cambio di prospettiva

Il Passaporto Digitale di Prodotto è spesso presentato come un costo di compliance. La contraffazione è spesso trattata come un rischio da mitigare. Entrambe le prospettive sono comprensibili — ma limitanti.

Un prodotto con un sistema di autenticazione digitale integrato e un passaporto accessibile via QR code comunica qualcosa di preciso al mercato: che l'azienda conosce la propria filiera, che non ha nulla da nascondere sulla composizione e l'origine del prodotto, e che si prende cura dell'esperienza del consumatore anche dopo l'acquisto.

In un settore dove la fiducia è sempre più un fattore competitivo, questa non è solo compliance. È posizionamento.

 

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